I misteri del paese fantasma – Monteruga

Monteruga: il paese fantasma. Vista della chiesa con il piazzale antistante

Errata corrige – I figli del mitico fattore “Pippi”, grande uomo,  dedito sempre al lavoro , sono delle stimabili persone, da cui provengono bellissime testimonianze sulla vita vissuta nel paese. A loro vanno i nostri ringraziamenti per i racconti eccezionali che hanno tramandato.

Un borgo fantasma da fotografare – Monteruga

Esistono posti nel Salento in cui il tempo si è fermato e la Natura ha preso il sopravvento sui vecchi insediamenti umani.

Paesi fantasma degni dei film incentrati su scenari post apocalittici o su storie dell’orrore (chi ha visto “Non aprite quella porta”?).

Uno di questi posti è Monteruga, e a dire il vero potrebbe benissimo essere un set cinematografico o una succursale di Cinecittà. Per i colori e l’atmosfera ricorda molto la scenografia di alcuni film Western degli anni ’70.

Monteruga è un piccolo borgo fantasma situato in provincia di Lecce, nelle campagne tra San Pancrazio e Torre Lapillo, vicino a Veglie.

Ben nascosto e mal segnalato da vecchi cartelli arrugginiti ma ancora riportato sulle mappe digitali (Google Maps nella foto).

Indicazione di Monteruga su Google Maps

 Le origini di Monteruga

Ampliato in epoca fascista, fu già posto negli anni ’20 al centro di un processo di trasformazione fondiaria ad opera della Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione (S.E.B.I.). Essa mirava a distribuire la luce elettrica negli agri acquitrinosi dell’alto Arnèo, nei territori di Veglie, Guagnano, Carmiano, Novoli, Salice, San Pancrazio e Copertino. Lo scopo era dunque di attirare capitale statale per rafforzare la sua penetrazione nel settore dei lavori della grande irrigazione.

Monteruga – vecchia fattoria nella campagna vicino al centro del paese

La società comprò dunque la masseria “Monteruga” e la masseria “Pigna” da Giuseppe Vaglio Massa nel 1926 per poi ampliare i possedimenti con altre proprietà minori dei marchesi Bernardini-Mandoj, arrivando ad acquisire una superficie di 1025 ettari.

Nel ’27 iniziò un processo di trasformazione da un contesto di masseria cerealicola-pastorale ad una borgata rurale; una sorta di “città-ghetto” in miniatura, in cui era prevista una colonizzazione forzata da parte di famiglie di contadini soggetti ad un duro controllo da parte della società S.E.B.I.

Dall’esperimento della S.E.B.I. nacque una piccola comunità autonoma che viveva dei prodotti della terra – divisi ovviamente in percentuali a favore dell’azienda.

 

Una comunità autosufficiente

L’insediamento era stato dotato di tutto il necessario per essere considerato un vero paese: dalla chiesa con annessa un’ampia piazza ad una scuola rurale, dalla caserma dei carabinieri al campo di bocce ed il dopolavoro, dal frantoio al deposito di tabacchi. Arricchivanno le porzioni fondiarie dei giovani vigneti e degli oliveti.

Monteruga- Piazza con Chiesa di S. Antonio Abate
Monteruga – Interno del Magazzino

Monteruga disponeva anche di una foresteria, funzionante nel periodo estivo per i proprietari terrieri, di uno stabilimento vinicolo, dove campeggiavano popolari sentenze alle pareti (“Chi beve vino campa più a lungo / del medico che glielo proibisce”)“.

C’erano anche un forno, un mulino, i lavatoi, un negozio e le stalle per i bovini. E poi le case per le famiglie di contadini, che popolarono il paese fino a raggiungere gli 800 abitanti circa.

 

Ancora oggi si possono immaginare, guardando la grande piazza davanti alla piccola chiesa, l’aroma del tabacco steso al sole ad essiccare, le feste patronali attese da grandi e bambini ed i giochi spensierati dei figli dei contadini.

Monteruga – Finestra di una casa colonica

C‘erano amori e matrimoni, campi estivi e comunioni. “La festa più attesa era quella di sant’Antonio, il 17 gennaio.

A seguito delle lotte contadine degli anni ’50 e poi della Riforma Fondiaria i terreni e le case passarono nelle mani delle famiglie degli agricoltori.

 

Cosa resta di Monteruga

Dalla “diaspora” dei contadini, avvenuta negli anni ’80, il borgo è rimasto disabitato.

Monteruga – vecchie scarpe abbandonate

In un paesaggio suggestivo in cui la natura ha avuto il sopravvento sulle costruzioni sono ancora esplorabili, con la dovuta cautela, alcune case dei contadini, il vecchio frantoio e la chiesetta che si affaccia sulla piazza principale.

Monteruga – Chiesa vista dai portici

Dell’enorme silos acquistato dalla S.E.B.I., un impianto all’avanguardia che gli abitanti chiamavano “lu turrinu“, non resta traccia: esso serviva a raccogliere l’acqua estratta dal sottosuolo e a distribuirla nelle case e nei campi per l’irrigazione.

Monteruga – magazzino

 

Un altro edificio a due piani svetta sempre sul piazzale. Nelle giornate ventose il movimento delle finestre aperte crea dei rumori sinistri che rendono l’atmosfera ancora più lugubre. A guardia della piazza svettano alte delle palme, mentre l’erba ai loro piedi ha formato un tappeto suggestivo che colora diversamente il trascorrere delle stagioni.

Monteruga – Magazzino

 

 

 

 

Nel grande magazzino sono ancora presenti i resti di vecchi macchinari per la lavorazione delle olive e del tabacco, così come le insegne sui muri o sugli oblò in metallo. Si scorgono poi bilance esterne e tare per il carico e lo scarico del raccolto.

Le case conservano alcuni resti dell’ arredamento, dei sanitari e delle cucine; in molte di esse le porte sono rotte e le finestre mancanti.

Monteruga – resti della mobilia in casa colonica
Monteruga – Interno del Magazzino, particolare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La chiesa di S. Antonio Abate a Monteruga

All’interno della chiesetta di S. Antonio Abate, molto suggestiva, sono ancora presenti l’altare, il confessionale ed i resti delle vecchie panche, ricoperti da polvere e calcinacci. La facciata sobria ma “magnetica” della chiesa, fiancheggiata dai porticati con archi che portano alle abitazioni dei vecchi coloni, presenta un rosone ed un rilievo che raffigura la Vergine Maria circondata da angeli.

Monteruga – Facciata della chiesa di S. Antonio abate
Navata della Chiesa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monteruga – Interno della chiesa
Monteruga – Particolare della facciata della Chiesa di S. Antonio Abate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo stabile della scuola rurale di Monteruga è un memorabile viaggio nel passato. Un’emozione che si racchiude in quella minuscola aula in cui, su un sostegno in legno, continua a troneggiare una lavagna: la medesima sulla quale, una volta, il gessetto incideva il comandamento “viva il Duce“.

Monteruga – Scuola rurale

Un oggetto d’antiquariato, alla stregua della pompa di benzina resistita dietro il cancello della masseria su cui campeggia il nome Monteruga (nelle foto in bianco e nero compare la dicitura S.E.B.I. successivamente rimossa), a ridosso dei sei tendoni di un’azienda sorvegliata da una telecamera a circuito chiuso.

Da questa facciata del colle solcato da un fosso, da cui prende il nome il borgo, in verità, è l’intero scenario a dare l’idea di chiuso, di trasandato.

Monterugaa – La vecchia pompa di benzina

 

I progetti sfumati o mai nati su Monteruga

da “La Repubblica”

Monteruga si è sfaldato come una zolla, passando da una mano all’altra: dopo l’Ente riforma e l’Iri, si è parlato di un influente esponente del partito socialista dell’era Craxi, di un borgo usato come merce di scambio politico – soprattutto per il valore degli sconfinati terreni circostanti, molto fertili – dell’interesse di vari imprenditori fino a Maurizio Zamparini, il presidente del Palermo calcio che un paio d’anni fa aveva messo gli occhi sulla proprietà, con l’obiettivo – poi sfumato – di trasformarla nel più grande parco fotovoltaico d’Europa. Il risultato è che Monteruga è ormai morto, se non fosse per la memoria di chi ci ha vissuto. Le istituzioni hanno chinato troppo spesso il capo, non hanno voluto vederne le potenzialità: altrove una realtà del genere sarebbe già listata come uno dei “borghi più belli d’Italia”.

Anche “Striscia la notizia“, non molto tempo a dietro aveva denunciato lo stato di abbandono di questo affascinante borgo, simbolo di una comunità contadina, costituita da elementi che da “ultimi” riuscirono a divenire “primi”.

Nemmeno l’idea di far nascere un resort di lusso, un’attrattiva turistica in una posizione davvero strategica, a due passi dal Mar Ionio, è mai stata sviluppata o perseguita. Il borgo resta a guardare diventando ogni giorno più spettrale.

Pochi anni fa Monteruga divenne oggetto di cronaca per l’arresto di due fratelli, estranei alla storia del Paese, accusati di aver messo su un giro di prostituzione nelle vecchie case coloniche del paese abbandonato.

 

Monteruga- Case coloniche
Consigli:
  • Gli edifici sono in gran parte pericolanti, fatta eccezione per il grande magazzino che era adibito a frantoio e a laboratorio per il tabacco. Evitate dunque di entrare senza adeguate protezioni nelle strutture segnalate come “pericolanti” (i cartelli potrebbero anche essere stati rimossi).
  • Evitate di arrecare disturbo ai proprietari della piccola azienda “privata”, che sono i “custodi” della vecchia pompa di benzina, molto gettonata nelle foto. Chiedete con garbo se è possibile visitarla e fotografarla.
  • Le zone limitrofe al borgo sono altrettanto interessanti e degne di essere fotografate.
  • Evitate di andarci da soli vista la spettralitá del luogo e la possibilità (remota) di fare incontri poco gradevoli con cani randagi.
  • Se troverete altri visitatori rispettate il silenzio per non rovinare la magica atmosfera del posto.
  • Abbiate rispetto per il luogo!

Per approfondimenti con testimonianze di chi ha vissuto in quei luoghi consigliamo questa lettura:

– “Monteruga: Frammenti di memoria” di Adriana Diso

– “Veglie, l’Arnèo e Monteruga. Dinamiche territoriali tra Otto e Novecento, Libro di Michele Mainardi”

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