Il “Panteon del barocco leccese” (Gregorovius) – La Chiesa di San Matteo

La chiesa di San Matteo, sita in via dei Perroni, si raggiunge entrando da Porta S. Biagio e percorrendo ca. 100 m. E’ sorta sulle rovine di una Cappella della seconda metà del 1400, intitolata a S. Matteo e facente parte di un oratorio attiguo alla dimora di Audisia De Pactis, gentildonna leccese, che donò la propria abitazione alle Terziarie francescane. Il monastero divenne di “clausura” nella prima metà del XVII sec. Agli inizi del 1800 fu soppresso e l’edificio divenne proprietà comunale, con destinazione varia. Sappiamo, di certo, che fu in parte demolito.

Il vescovo Luigi Pappacoda, patrizio napoletano, che svolse la sua missione nella diocesi di Lecce dal 1639 al 1670, nell’ultimo anno del suo vescovado pose la prima pietra per la costruzione della chiesa, portata a termine nel 1700. Autore del progetto fu Giovanni Andrea Larducci di Salò, nipote del famoso Francesco Borromini, a cui si deve la Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane a Roma. Dopo la morte del Larducci, la costruzione fu terminata da Giuseppe Zimbalo.

La Chiesa di S. Matteo, pur nella sua originalità, risente dell’influenza del Borromini. Alterna, infatti, una superficie concava, nell’ordine superiore, ad una superficie convessa, nell’ordine inferiore. La facciata, che presenta nicchie vuote, è arricchita da una decorazione bugnata a punta di diamante, nei riquadri laterali, e una a scaglie, in quelli centrali, attigui alla porta d’entrata. Sulla parte più alta dello stesso portale, notiamo lo stemma dell’ordine francescano, in ricordo delle sue origini.

La Diabolica Leggenda delle Colonne

E’ particolarmente evidente la differenza tra due colonne presenti sulla facciata: una a superficie liscia e l’altra con scanalature a spirale, nella parte inferiore.

Narra la leggenda che un discepolo del Larducci decise di dedicarsi alla decorazione delle colonne, senza l’autorizzazione del maestro. Costui lo rimproverò così aspramente, da farlo desistere dal suo proposito e indurlo al suicidio.

La colonna in questione è denominata “Colonna del Diavolo”, per via di un altro racconto fantastico, secondo cui il diavolo, invidiando la precisione del lavoro del maestro, avrebbe posto fine alla sua vita terrena, non permettendogli, così, di terminare quella meravigliosa facciata, che lo avrebbe reso immortale.

Le evidenti differenze tra la parte inferiore e quella superiore della facciata sono da attribuire, in realtà, alla creatività di due artisti diversi, il Larducci e lo Zimbalo.

Chiesa di San Matteo, particolare delle colonne.

Il nome della chiesa di San Matteo per i leccesi

I leccesi attribuivano alla chiesa un’altra denominazione: “Santa Maria della Luce in San Matteo”. Ciò è dovuto al trasferimento, nel 1812, di un affresco della Madonna della Luce, con il cornetto di corallo al collo e, in braccio, Gesù Bambino. Essa apparteneva ad una chiesa che sorgeva immediatamente fuori le mura della città, nei pressi di Porta S. Biagio.
Oggi l’affresco lo possiamo ammirare, sia pur in parte deteriorato, nella cappella a destra dell’altare maggiore.

L’ Interno

La Chiesa è caratterizzata da una pianta ad ellissi, ad un’unica navata, con cappelle su ambi i lati, scandita da statue in pietra leccese, di grandi dimensioni, raffiguranti i dodici apostoli, collocate su alti basamenti (paraste), con capitelli. Alle spalle delle statue una parete scanalata.

Un’epigrafe, che possiamo leggere sulla colonna di S. Filippo, riporta la data delle sculture e l’autore:
“Placidus Boffelli inventor et sculptor 1692”.

Il Boffelli, originario di Alessano, a circa 50 km da Lecce, è stato paragonato all’artista greco Fidia, il famoso scultore dell’Acropoli di Atene, in un’altra epigrafe ivi presente:
“Ha[e]c duodena virum simulacra in sede refugent opus Phidiae cuius vivit hic in Placido”

Sugli archi delle cappelle, dieci bifore permettevano alle monache di partecipare alle funzioni religiose.

Il soffitto della chiesa, anticamente in legno, fu ricostruito in muratura nell’800. Il pavimento attuale (1900), in marmo policromo di Carrara, ha sostituito il precedente.

Chiesa di San Matteo

Gli Altari

Spicca su tutti l’altare maggiore, realizzato nel 1694, su cui si erge, in una nicchia, la statua in legno di S. Matteo, con un angelo che regge il Vangelo, dello stesso periodo, opera dello scultore napoletano Gaetano Patalano. L’altare, impreziosito da una doratura, che ricopre la parte superficiale degli intagli, è arricchito, inoltre, da piccole statue di santi, incastonate tra una colonna e l’altra. Nella parte superiore sono collocati due dipinti su tela; quello più in alto rappresenta l’assunzione di Maria in cielo, l’altro raffigura un Angelo, che reca una fiaccola accesa. Si narra che, nel 1466, in occasione di una terribile pestilenza, fu proprio un Angelo, apparso il 13 giugno, a liberare la città di Lecce dall’epidemia.

Tutti gli altari, in stile barocco e scolpiti in pietra leccese, sono opera di artisti della scuola di Giuseppe Cino, uno dei più importanti architetti e scultori del barocco leccese, nonché divulgatore dello stesso.

Entrando, abbiamo quatto altari sul lato destro e cinque sul sinistro, originariamente policromi, come l’altare maggiore. Poiché il tetto ligneo della chiesa crollò nei primi del 900, gli agenti atmosferici sbiadirono irrimediabilmente la policromia degli altari, recentemente restaurati con un intervento conservativo.

Altari di sinistra

Primo: Martirio di S. Agata, dipinto da Pasquale Grassi nel 1813;

Secondo: S. Francesco di Assisi, dipinto su tela;

Terzo: Santi Cosimo e Damiano;

Quarto: Immacolata Concezione;

Quinto: S. Rita da Cascia, in cartapesta, e il gruppo della Pietà, in legno rifinito in gesso, di fattura
veneziana, risalente alla fine del 1600.

Altari di destra

Primo: S. Oronzo, protettore di Lecce, dipinto su tela da Serafino Elmo;

Secondo: La Sacra Famiglia, dipinto su tela da Serafino Elmo;

Terzo: S. Anna con Maria bambina, dipinto su tela, sempre, da Serafino Elmo

Quarto: Affresco della madonna della Luce (vs).

Altre tele si possono ammirare negli spazi superiori dei nove altari.

Infine, uscendo, sul portale d’ingresso, un organo in legno dorato, del 1700, trasportato nel 1807 nel Duomo e, originariamente, ivi trasferito dalla Chiesa di S. Croce, in epoca post napoleonica, quando, con decreto del Re Giuseppe Bonaparte ( 13 febbraio del 1807) fu soppresso, insieme ad altri ordini religiosi, quello dei Celestini e la chiesa fu sconsacrata, privata dei suoi arredi e trasformata in stalla. Il disegno dell’organo è attribuito ad un cronista dell’epoca, Francesco Antonio Piccinni, chiamato dai leccesi “Ticchi-Toti”; il costruttore, invece, fu Carlo Sanarica delle Grottaglie, famoso per la sua bravura.

La Chiesa di S. Matteo è particolarmente suggestiva nel periodo precedente la Pasqua, quando, in occasione della visita ai sepolcri, è presa d’assalto per l’atmosfera mistica che si viene a creare, grazie ai giochi d’ombra e all’allestimento della cerimonia nella parte centrale della Chiesa.

Chiesa di San Matteo

Molti matrimoni, non solo di leccesi, vengono celebrati in questa chiesa, soprattutto nel periodo estivo. In quelle occasioni, gli invitati, lussuosamente abbigliati, sfilano, percorrendo a piedi la splendida passerella della movida leccese e respirano, così, un’atmosfera unica, intrisa dei profumi di una pietra, che, con l’evaporazione della sua naturale umidità, riempie le narici di quell’antica storia barocca e non della città di Lecce.

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